• Come distinguere il “tasso 0” nel credito al consumo

    Sono molteplici le proposte di credito al consumo che accalappiano l’interesse del consumatore promettendo il “tasso 0”.

    In realtà, è ben arguibile che, a fronte di ogni operazione finanziaria di finanziamento coinvolgente flussi di denaro, vi è sempre un elemento di costo, così come la remunerazione del capitale per l’istituto creditore.

    Solitamente per i falsi finanziamenti a “tasso 0” si manifesta la classica discrasia tra TAN e TAEG, ove TAEG>TAN, tenuto conto dei costi iniziali di apertura pratica (spese di istruttoria) o altri oneri accessori (ad es. eventuale imposta di bollo). Pertanto, anche se in taluni casi si suol dire che gli interessi sono a carico non del cliente ma dei rivenditori per finalità di natura promozionale o per aumentare il volume di fatturato, è molto più probabile che il venditore li scarichi discrezionalmente sul consumatore, o attraverso spese iniziali o attraverso condizioni di vendita meno vantaggiose, non usufruendo il cliente degli sconti che di norma sarebbero stati applicati.

    Il “tasso 0” è diventato anche una sorta di <<specchio per le allodole>>, in vista della proposta di carte revolving, incoraggiando il cliente all’utilizzo del tetto di disponibilità. Ma è assolutamente chiaro che affinché sia “tasso 0” pure i costi di utilizzo della carta di credito devono essere a carico della finanziaria.

    Pertanto, il “tasso 0” implica: TAN=TAEG=O.  Di conseguenza, per determinare la rata da rimborsare è sufficiente dividere l’importo finanziato per il numero di mesi (rata con cadenza mensile) del finanziamento.

    Di recente, sono aumentate le offerte a “tasso 0” ma per un selezionato mini-target di prodotti,  più limitato rispetto alla gamma di prodotti offerti alle normali condizioni. In tal caso, vuol dire che è stata stipulata una convenzione tra il canale di vendita, di solito grosse catene, e la finanziaria.